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Il potere di mercato dei tifosi per combattere i mali del calcio moderno?

Posted by thepeoplesgame su 15 settembre 2011

Così come negli anni, soprattutto negli ultimi due decenni, l’identità del calcio a livello economico e sociale si è profondamente trasformata, altrettanto ha fatto la natura del tifosi, ora più complessa ed articolata. La crescente commercializzazione del calcio, l’alienazione dei più giovani e delle classi sociali con reddito medio-basso a vantaggio di un nuovo pubblico più ricco e istruito ma meno appassionato: sono queste le caratteristiche principali del cambiamento portato dalla sempre più accentuata “commodification”, cioè del processo tramite il quale una pratica sociale assume un valore di mercato, e poi dalla sua esasperazione della “hyper-commodification”. Passando da membri della comunità legata al club a clienti e poi a consumatori, gli spettatori sono diventati sempre meno coinvolti dal calcio come sport e come fonte di identificazione e più attenti invece al valore monetario e alla qualità dell’esperienza ricreativa e dello spettacolo offerto. Tutto questo riguarda direttamente le serie maggiori ed in particolare i principali club, sempre più legati alle conseguenze dello stretto rapporto con la televisione, ma anche, indirettamente, le serie minori ed i club più piccoli, la cui fan base risulta erosa da chi preferisce rimanere davanti alla tv ma anche, soprattutto, dal fatto che le nuove generazioni crescono tifando per i grandi club, senza frequentare lo stadio della loro città.

La commodification è la trasformazione di un bene o un servizio in una commodity, ovvero in qualcosa che può essere venduto e comprato, per cui al valore d’uso si aggiunge il valore di scambio dato dal prezzo di mercato. Lo sport moderno presenta un alto e preoccupante grado di commodification che, nel contesto del calcio, trasforma qualcosa che è per sua natura culturale e sociale, con le sue pratiche, i suoi riti e significati simbolici, nel suo opposto, qualcosa di generico, calcolabile, interscambiabile, modificando così nel tempo anche le ragioni intrinseche per cui ci si avvicina al calcio. I soldi hanno sempre rappresentato una parte, anche importante, dell’attività sportiva, fin dalle Olimpiadi dell’antica Grecia, ma negli ultimi anni si sono verificati cambiamenti di rilievo dovuti alle pressioni commerciali. Tutelare lo sport da questa invasione non significa eliminare tutti gli aspetti commerciali, legati anche a motivazioni personali (ad esempio, i calciatori non giocano solo per uno stipendio ma fanno della loro passione un lavoro retribuito) bensì cercare di limitare il rischio che diventino dominanti, trasformando la commodification in una condizione patologica, caratterizzata in particolare dalla corruzione dei partecipanti che non perseguono più il fine sportivo in sé, dalla strumentalizzazione di sport e atleti come merci, dall’aumento delle forme di ingiustizia distributiva, dalla minaccia alla profittabilità di mediolungo termine dell’attività sportiva. Tutti effetti negativi che il calcio moderno sta ormai sperimentando.

L’hyper-commodification è un sostanziale incremento dei tipi e del numero dei beni venduti e comprati e l’intensificazione del rapporto tra mercato e sport. Ad esempio, i club di prima fascia sono ormai delle corporation transnazionali sempre più distanti dalle loro origini legate alla comunità e al territorio, prima come associazioni e poi come piccole società di capitali in mano a businessmen locali. Come conseguenza, diventa sempre più ampia la distanza tra i tifosi di una squadra e chi la gestisce. Come consumatori e cittadini, i tifosi fanno scelte che possono influenzare la direzione intrapresa dal calcio, ad esempio evitando eventi, squadre e istituzioni palesemente mosse da ragioni finanziarie, esclusione, ricerca del profitto a qualsiasi costo. Un ottimo esempio è quello dei tifosi del Manchester United che non si riconoscevano più nell’avida multinazionale dei “Red Devils” e, dopo l’ultimo colpo dato dall’arrivo dei nuovi proprietari americani, la famiglia Glazer, si sono trasformati nei “Red Rebels”, dando vita al Football Club United of Manchester, un piccolo club democratico, accessibile e sostenibile basato sulla propria comunità.

Una storia che dimostra come il potere di mercato dei tifosi, sommando le scelte di tanti individui, può essere usato per prevenire forme di hyper-commodification, o per combatterla, almeno in parte. E’ chiaro che non è un passaggio semplice, anzi richiede un grosso salto di qualità e una presa di coscienza da parte di un numero non indifferente di sostenitori affinché possa verificarsi un effettivo cambiamento. Ovvero, servono tifosi pensanti, capaci di vedere oltre, di dire basta a certe situazioni e di darsi da fare per creare una nuova realtà. Ce ne sono tanti, come dimostra il movimento dei supporters trust in Europa e anche in Italia, ma sicuramente devono fare i conti, come primo ostacolo, proprio con l’atteggiamento di tanti altri, adagiati, forse rassegnati, nel ruolo passivo di chi accetta le cose come stanno senza metterle e mettersi in discussione.

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