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Il prof. John Beech: “Azioni, non magliette!”

Posted by thepeoplesgame su 30 agosto 2011

Si intitola proprio “Shares, not shirts! ”, con una sorta di slogan, un recentissimo post del prof. John Beech, uno dei massimi esperti della finanza del calcio, sul suo blog Football Management.
La sua proposta di destinare al supporters trust quello che si spenderebbe in merchandising, ed in particolare nelle infinite varianti delle maglie da gioco, prende spunto da una analisi di un rapporto sul calcio inglese datato 1968. Studiando cosa è cambiato da allora, è evidente il cambiamento nella composizione dei ricavi: diritti tv e merchandising ancora non esistevano, mentre era importante, spesso fondamentale il contribuito dei tifosi, collettivamente, tramite le donazioni fatte dai supporters club. Nelle serie minori del calcio professionistico, era questa fonte di entrate a tenere a galla numerose società di calcio.

Anche oggi sono tante le società di calcio che navigano in cattive acque, ma rispetto ad allora sono in mano ad un “benefattore”. Tranne che in casi particolari, o per meglio dire disperati, i tifosi non sono – soprattutto in Inghilterra, in Italia siamo ancora al “non dovrebbero essere” – disposti a regalargli soldi: per dare il proprio supporto finanziario vogliono giustamente in cambio una voce nella gestione del club, che sia un dirigente eletto nel direttivo, un ruolo consultivo, dei diritti particolari, una quota del capitale sociale. Fu proprio il primo supporters’ trust, quello del Northampton Town, a rispolverare il vecchio slogan “No taxation without representation”: i tifosi possono tassarsi (e ci sono centinaia di esempi a dimostrare quanto possono ottenere) ma con la contropartita di una qualche forma di partecipazione.

Del resto, le forme di ricavo delle società di calcio sono tutte legate ai tifosi, non solo quella più evidente e diretta, il botteghino: anche i diritti tv e le entrate commerciali sono da rapportare al numero dei tifosi e alla loro passione, senza cui non avrebbe senso l’investimento degli sponsor.

Scrive John Beech:

Il supporto finanziario al club da parte dei tifosi, in maniera diretta, oggi include l’acquisto di una serie infinita di varianti delle maglie. Importa davvero se questo flusso di ricavi ha sostituito le donazioni tramite un supporters club? Io sosterrei molto fortemente di sì. Almeno, se la donazione era tramite un supporters club i tifosi avevano una voce forte, anche se nessun potere significativo. Vedendo il reddito spostarsi dalle donazioni del supporters club alla vendita delle magliette, la voce dei tifosi è stata effettivamente resta individuale e quindi virtualmente messa a tacere. I benintenzionati ma recenti  boicottaggi del merchandising hanno avuto un impatto relativamente piccolo sui direttivi dei club.
Per avere una voce nel modo in cui il loro club è gestito, i tifosi devono ottenere potere come stakeholders attraverso la proprietà di una quota del capitale sociale. La prossima volta che contemplate l’idea di spendere £40 per la nuova maglia da trasferta alternativa, o che per qualche ragione vi sentite in imbarazzo nell’indossare una maglia con il loro dello sponsor dello scorso anno (…) considerate l’opzione di donare invece quei 40 £ al vostro supporters trust!

La proposta del prof. Beech è chiaramente basata sull’esperienza inglese, dove il merchandising è ampiamente sviluppato anche nelle categorie inferiori, ed ha un peso ben diverso che in Italia, dove conta, e neanche troppo, solo per le squadre più grandi, ma la logica alla base è valida anche da noi, soprattutto in quelle piazze dove i tifosi hanno preso o stanno prendendo coscienza delle potenzialità del loro ruolo e dell’importanza del loro coinvolgimento nell’assicurare al calcio un futuro sostenibile.
Risparmiarsi l’acquisto di un gadget ed investire la cifra corrispondente nel supporters trust è importante perché contribuisce a promuovere la voce dei tifosi, e a sostenere la loro forza collettiva, è questa la parola chiave.

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