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Pubblicato il rapporto finale sulla governance del calcio inglese che promuove il movimento dei supporters trust

Posted by thepeoplesgame su 31 luglio 2011

È  stato pubblicato venerdì il rapporto conclusivo dell’inchiesta della commissione del parlamento inglese sulla governance del calcio, dalla Premier League a scendere lungo i vari gradini la piramide. La consultazione, aperta a chiunque volesse intervenire ha visto tra i protagonisti diversi accademici, tra i quali Sean Hamil, vicino al movimento dei supporters trust fin dagli albori, i rappresentati delle istituzioni calcistiche, la Football Supporters Federation, Supporters Direct e molti trust e anche degli interlocutori tedeschi per poter capire meglio il modello su cui si basa la Bundesliga.
L’indagine era stata proposta sia come sviluppo dell’intento del governo di promuovere il coinvolgimento dei tifosi come parte della “Big Society”, sia in risposta alle preoccupazioni suscitate dai problemi economico-finanziari di tanti club. Il rapporto ha suscitato una reazione particolarmente positiva da partedi Supporters Direct (qui il comunicato) mentre resterà almeno in parte indigesto alla Premier League.

Dopo aver analizzato il contesto generale, presentando “nuovo modello inglese” con i suoi punti forza e le sue debolezze, contrapposto al “vecchio”, che ha sostituito negli anni ’80, la commissione si sofferma sulla lunga analisi della gestione finanziaria del calcio inglese.
Poi passa ad approfondire la questione proprietaria, diventata improvvisamente importante proprio con l’affermarsi del nuovo modello, mentre le misure adottate da parte delle istituzioni calcistiche per sorvegliare ed intervenire a riguardo si sono dimostrate inadeguate.

Il “nuovo modello” e la questione proprietaria trovano la loro origine, a metà degli anni ’80, nell’aggiramento della FA Rule 34, (divieto per i proprietari e dirigenti di trarre remunerazioni finanziarie dal loro coinvolgimenti nei club) che ha di fatto portato alle quotazioni in borsa, ora drasticamente ridotte, e all’arrivo nel mondo del calcio di nuovi personaggi che puntavano ad un profitto personale a scapito dei club e dei tifosi.
Il modello del benefattore si caratterizza per una visione di breve periodo, in cui si cerca di migliorare rapidamente le performance sul campo minando la stabilità finanziaria del club, gravato dai debiti con cui vengono finanziati i relativi investimenti. Anche quando è una persona del posto, e un tifoso (come accadeva più spesso con il “vecchio” modello) il benefattore può pur sempre decidere di voler lasciare, può avere problemi, eredi non interessati, o anche ambizioni sportive tali da spendere senza limiti e provocando crisi finanziarie da cui il club non riesce a rialzarsi ed inoltre innescare spirali negative per le squadre che cercano di tenere il passo o spingere fuori dalla competizione sportiva quelli che non possono o non vogliono seguirne l’esempio.
A tutti questi argomenti si lega la questione della proprietà dello stadio, tema su cui nel calcio inglese si sono visti obbrobri della peggior specie, di cui il caso del Wimbledon è solo un esempio tra i tanti.
Sono di alto profilo, anche se ancora non troppo diffusi, i problemi dei proprietari stranieri (circa metà dei club della Premier League) e dei leverage buyout, operazioni finanziarie come quella che tramite la quale i Glazer hanno comprato il Manchester United.
I proprietari stranieri non sono visti necessariamente come un male, ma lasciano dubbi su alcuni aspetti: sono meno inclini a supportare misure che tutelino l’interesse di lungo periodo del calcio inglese, non hanno familiarità con la sua complessità e possono trovarlo più difficile del previsto ed abbandonarlo di punto in bianco, non sono in grado di apprezzare le tradizioni e l’identità dei loro club e quindi possono facilmente prendere decisioni che li mettono a rischio, sollevano questioni relative alla loro reputazione, non sempre facile da sondare.
Tutto questo non fa che rafforzare la necessità di un “fit and proper test” per i proprietari che sia più stringente e finalmente davvero efficace, che non permetta situazioni in cui neanche si conosce il nome del vero titolare della maggioranza del capitale sociale dei club.
La commissione quindi rileva che la Football Association, la Premier League e la Football League hanno a lungo trascurato la questione proprietaria, portando ad una grave mancanza di trasparenza, e raccomanda a riguardo l’adozione e l’applicazione di regole forti ed efficaci.

Un capitolo a sé è dedicato alla supporter ownership, il coinvolgimento dei tifosi, tramite i supporters trust, nella struttura proprietaria dei loro club, caratterizzato da un approccio di medio lungo periodo, in contrapposizione con quello di breve periodo dei “benefattori”, e considerato uno degli sviluppi positivi del calcio inglese negli ultimi anni. Anche trust con una piccola quota societaria possono portare benefici. Come sottolineato dai numerosi interventi dei trust, quello che i tifosi possono portare al club non è solo denaro: ci sono anche competenze professionali, esperienza, conoscenza dell’identità del club, un controllo sulla strategia finanziaria perché rimanga coi piedi per terra, un supporto nella una comunicazione reciproca tra club e tifosi, un maggior volontariato, addirittura un numero più alto di spettatori perfino in categorie più basse nei casi dei club ripartiti con i tifosi al centro.
Vengono evidenziati alcuni problemi da risolvere, come la questione della legittimità del trust, il suo essere (o meno) rappresentativo dell’intera tifoseria, e le difficoltà incontrate dai rappresentati dei tifosi eletti nel direttivo del club. nei casi in cui le società avevano già una buona struttura e buone procedure di governance, il dirigente eletto dal trust ha avuto un ruolo positivo, dove invece la governance era carente non è riuscito ad influire. Inoltre, chi rappresenta il trust all’interno del club si trova in una posizione delicata, in cui deve bilanciare la lealtà (e la riservatezza chiesta dal proprio ruolo) verso due parti che possono avere necessità contrapposte. Come è stato sottolineato da più interventi, però, può trattarsi un falso problema, e non è detto che i tifosi non possano essere considerati affidabili per informazioni confidenziali, né che debbano sapere meno possibile sulle questioni finanziarie.
E a proposito di fondi, è emerso il problema che per i community club può essere difficile competere con rivali finanziati in modo privato: lo dimostra la scorsa stagione del Wimbledon, che si è visto portar via la promozione diretta dal Crawley, improvvisamente stracolmo di denaro, oltretutto in parte di dubbia provenienza.
La commissione parlamentare incoraggia quindi il governo a sostenere e promuovere la fan ownership, affrontando i problemi emersi come l’elevato grado di burocrazia nella gestione dei trust, il pesante carico fiscale su organizzazioni che restano non profit, la mancanza di opportunità nell’acquisto di quote societarie, non per motivi finanziari ma perché raramente sono disponibili sul mercato, ed infine la possibilità di dare ai supporters trust dei diritti di precedenza quando si tratta di rilevare club finiti in amministrazione controllata.

Infine, ampio spazio è dedicato all’impatto positivo di Supporters Direct e alla questione del suo finanziamento, riguardo la quale la commissione parlamentare chiede al governo di usare la propria influenza sulle istituzioni calcistiche perché venga assicurata la stabilità finanziaria di SD nel lungo periodo, cogliendo l’opportunità di mostrare il proprio impegno nel supportare le iniziative basate sulla comunità. Un invito che non si può non sottoscrivere.

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