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Le società di calcio del 2000: quattro miti da sfatare

Posted by thepeoplesgame su 29 luglio 2010

Il mito del club, quelli del benefattore, dell’iinvestimento e del nuovo stadio: argomenti che vengono sempre trattati quando si parla di risanare le società di calcio ma che si rivelano piuttosto ingannevoli, come ha dimostrato il prof. John Beech nel corso di uno dei numerosi workshop in programma lo scorso giugno nel corso della National Conference di Supporters Direct. Il titolo era “Just how broken is the (English) financial football model?”. “Too much!” è stata la risposta del prof. Beech. E visto che in Italia non siamo messi meglio, cerchiamo di cogliere anche noi le lezioni di un grande esperto in materia.

 La presentazione è disponibile cliccando qui e si basa sul modello inglese, ma ben si adatta anche al nostro, tanto più che è sempre alla Premier League che si fa riferimento per il futuro del calcio italiano.

Intanto, alla base di tutto, c’è il mito del club. Cos’è in realtà? “l’associazione di più persone per perseguire uno scopo comune”, “un’organizzazione gestita da e per i propri membri”? All’origine era così, oggi, con il professionismo  e lo scopo di lucro abbiamo delle società di capitali. E ancora: è sempre più difficile analizzare un club tenendo distinte tre parti che dovrebbero convergere (ma in realtà sono sempre più lontane): giocatori, dirigenti, tifosi/comunità, tre componenti inevitabilmente affette dai cambiamenti portati dalla crescente commercializzazione. Rose quasi del tutto diverse ogni anno, giocatori pronti a passare alla squadra rivale di quella in cui militano, eroi a tempo (molto) determinato prima di sparire nell’anonimato. Dirigenti e proprietari di cui è sempre più difficile fidarsi, alla ricreca di guadagni personali e con poche remore a far sprofondare una società. I tifosi restano l’elemento più duraturo, più positivo, con la loro fedeltà, la passione, l’aspetto sociale dell’appartenenza ad una squadra di calcio.

Mentre fino a pochi anni fa club, giocatori, proprietari, tifosi e leghe erano i soli protagonisti del modello ecoomico del calcio e dei relativi flussi finnziari, oggi gli attori sono sempre di più (sponsor, agenti, televisioni, investitori…) e le relazioni finanziarie si sono moltiplicate,  rendendo la situazione complicata da capire e da gestire. In definitiva, però, ci vuole molto molto denaro: il modello non è sostenibile se i soldi arrivano soprattutto dal benefattore e finiscono soprattutto in mano ai giocatori ed ai loro agenti.

Il mito del benefattore: John Beech cita degli esempi da brivido di personaggi che avrebber dovuto salvare un club l’hanno rovinato, sono finiti in prigione per altri affari loschi e sono poi passati a spennare un’altra squadra. Un rischio, quello di incontrarne, che in UK è più alto a partire dagli anni ’80, quando ai proprietari di origine locale si sono sostituiti imprenditori di fuori, spesso stranieri. Ma c’è una speranza: le nuove regole Uefa sul fair play finanziario renderanno impossibile basare l’economia di un club solo sulle iniezioni di denaro del proprietario.

Il mito dell’investimento: il denaro arriva come acquisto di azioni o come prestito? Sepsso non c’è chiarezza, ma alla resa dei conti la differenza è enorme. Un club può, da un giorno all’altro, a vedersi chiedere indietro milioni che non sa come restituire. Non necessariamente ad un presidente malintenzionato: le circostanze cambiano e possono essere ad esempio gli eredi ad esigere quanto prestato dal padre.

Il mito del nuovo stadio: anche in questo caso, esempi da fiilm dell’orrore di progetti non ancora partiti ma già costati milioni di sterline o di impianti costruiti per accogliere cinque volte gli spettatori medi poi registrati. Stadi che invece che fiori all’occhiello sono diventati la rovina dei loro club. La credenza, purtroppo diffusa, del “costruisci un nuovo stadio ed il pubblico lo riempirà” è smentita dalla realtà. E può portare a costi di costruzione lievitati rispetto alle previsioni e a costi di manutenzione insostenibili, causando una grave crisi finanziaria.

Quindi, per essere finanziariamente sano, secondo il prof. Beech un club dovrebbe:

  • militare nella categoria appropriata rispetto alla sua fan base e restare al centro della classifica, evitando di retrocedere ma, in un certo senso, anche la promozione
  • evitare l’incertezza di lungo periodo della dipendenza da un benefattore
  • essere proprietario di uno stadio capace di generare reddito nei matchdays ma anche tramite attività negli altri giorni
  • sviluppare una fan base che gli stia vicina
  • sviluppare un rapporto di lungo termine con uno sponsor che sia solido finanziariamente
  • basare i contratti con i giocatori sulle loro performance
  • avere una squadra adatta alla propria categoria e posizione, in termini di salari e di qualità
  • avere un manager (in UK sia allenatore che direttore sportivo) capace sul campo ma anche rispettoso dei vincoli finanziari.

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