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Mondiali, questo non e’ calcio – di Stefano Faccendini

Posted by thepeoplesgame su 14 luglio 2010

Se la mia automobile non fosse stata dal meccanico l’avrei presa per andare a festeggiare. Ma non i vincitori di questa Coppa del Mondo bensi’ la fine di un torneo sempre piu’ sopravvalutato e svuotato di ogni suo antico significato. Chi se lo e’ goduto? Chi puo’ dire, in tutta onesta’, di essersi divertito durante questi mondiali, a parte qualche imbucato con soggiorno all inclusive?

Il livello del gioco e’ stato mediocre. Nessuna squadra ha fatto vedere niente di nuovo, nessuna partita da incorniciare o campioni da ricordare. C’erano una volta i fuoriclasse, c’erano una volta i picchiatori, c’erano una volta gli intrattenitori, c’erano una volta le squadre materasso, gli arbitri che lasciavano giocare, c’erano una volta i tifosi.

Cosa e’ rimasto di tutto questo, nel bene e nel male? Poco o niente.

Calciatori troppo ricchi, troppo vuoti, troppo stanchi, troppo tatuati. Osannati appena leggermente sopra la media, arroganti, distanti. Circondati 24 ore al giorno da televisioni e giornali interessati non solo alle loro gesta sul campo ma anche e di piu’ a quelle al di fuori, non soltanto ai loro marcatori ma anche alle loro fidanzate. Media pronti a fotografare qualsiasi tizia con una divisa di una nazionale addosso pronta a spogliarsi e a scrivere articoli su articoli su un polipo che indovina i risultati delle partite.  E questo sarebbe “the beatiful game”? Lo sport della gente? E per quale motivo, solo perche’ ogni quattro anni persone che non seguono normalmente il calcio si ritrovano in un bar a tifare per la loro nazionale?

No. Era lo sport della gente quando alla gente era consentito viverlo con passione, dal vivo come in televisione. Quando qualcuno si degnava di dare spettacolo, quando si intrattenevano veramente gli spettatori se non in tutti gli incontri almeno in qualcuno. Ora e’ tutto piatto, i commenti, le telecronache, gli articoli, le interviste, le partite stesse, il tifo. Parlando con una persona appena tornata mi ha detto che e’ stato il peggior mondiale dove sia mai stato come atmosfera. Lo hanno voluto dare al Sudafrica perche’ il continente lo meritava ma poi alla gente del posto non hanno dato veramente possibilita’ di viverlo. La FIFA ha imposto delle restrizioni assurde, ha penalizzato di fatto quelle stesse persone che hanno ballato una notte in strada quando la notizia dell’ assegnazione dei Mondiali fu data anni fa. Il carrozzone targato Blatter ha di nuovo premiato le grandi multinazionali, i ricchi, i soliti noti.  C’erano centinaia di posti vuoti, erano anni che non si vedevano, magari disertati da sponsor troppo ottimisti. Sicuri che non sarebbe stato possibile riempirli in modo piu’ etico? Forse costavano troppo per la gente del posto, ma allora che senso ha?

Anche per chi da fuori ha cercato di andare non e’ stato facile. Prezzi proibitivi, una scrematura fatta come sempre in base al reddito e il risultato si e’ visto. Che non si rimanga ingannati del ronzio delle trombette, quello non e’ tifo. Che non ci si stupisca per le facce pitturate e i cappelli stravaganti indossati al solo scopo di farsi riprendere per tre secondi dalle telecamere, quella non e’ passione.

Che non si ripetano altri mondiali cosi’, perche’ questo non e’ calcio.

Stefano Faccendini

Una Risposta to “Mondiali, questo non e’ calcio – di Stefano Faccendini”

  1. Enrico said

    Complimenti all’autore per questo articolo.
    Sono soprattutto contento che si parli delle discriminazioni e delle limitazioni che la gente del Sudafrica ha dovuto subire per questi mondiali. Col mascherato principio di dare i mondiali all’Africa per risollevare l’Africa, quella dei mondiali è stata l’ennesima occasione per perpeturare l’imperialismo occidentale nei paesi del resto del mondo in barba a qualsiasi principio etico e di rispetto dei diritti dell’uomo. Si parla di 200.000 famiglie nella sola zona di Johannesburg costrette ad abbandonare le loro case e spostarsi di decine di kilometri fuori dalla città per far si che sparissero dall’occhio delle telecamere. Le loro bidonville costruite con il sudore sono state spazzate via dai bulldozer ( e non solo per costruirci sopra uno stadio, cosa comunque non giustificabile) e loro obbligati a sfollare. Dove? Affare loro, no nostro.

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