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Democrazia alla spagnola, dittatura all’italiana

Posted by thepeoplesgame su 20 gennaio 2010

Se il Barcelona si fonda sulla democrazia (in realtà dei quattro, anche per una questione di dimensioni, è l’Athletic Bilbao il club-associazione più democratico) in Italia è ancora la dittatura il modello imperante nelle società di calcio. Al Torino, ad esempio, un uomo solo può fare e disfare, Urbano Cairo.  Solo lui può decidere delle sorti del club e quindi del popolo granata, e non si tratta certo di un personaggio il cui potere è legittimato dall’elezione o almeno dall’approvazione dei tifosi, bensì soltanto, come da prassi in tutta Italia, dal denaro. Il Toro è uno di quei club in cui, a livello ideale, da fuori, viene facile pensare che potrebbe essere attuata qualche forma di azionariato popolare: il mito, l’identificazione, la passione di tantissimi tifosi che resiste alle traversie degli ultimi anni… In effetti, qualche volta se ne è parlato, e si è tornati  a farlo anche nei giorni scorsi con una lettera aperta al presidente scitta dal deputato Pd Giorgio Merlo, dal critico cinematografico e presidente di Film Commission Steve Della Casa e dall´avvocato Fabio Viglione: «Bisogna ricominciare a ricostruire un dna che rischia di restare sepolto nel recinto dei ricordi. Il Toro continua ad avere un numero di tifosi e una passione che deve farci riflettere. È mai possibile che non ci sia modo di coagulare queste energie e convogliarle al fianco della società per progettare un futuro più sereno?».

Sembra un richiamo a qualcosa che somigli all´azionariato diffuso o, come è definito nella lettera, alla “partecipazione popolare”. Cairo non solo non ha risposto alla richiesta di un confronto diretto ma ha fatto sapere:  «L´azionato popolare mi sembra un modo per scaricare sui tifosi delle perdite economiche che è giusto che mi accolli io. Nel calcio, comunque, si comanda una alla volta. Voglio avere la possibilità di rimediare ai miei errori». E ancora: «In questo momento, far partite un´iniziativa di azionariato popolare creerebbe soltanto confusione. È bello che in molti mi offrano il loro aiuto. Ma in concreto, cosa possono fare?». Molto, a cominciare dall’aiutare a ri-torinesizzare il club, che sta soffrendo delle conseguenze del fatto che chi lo gestisce viva e lavori a Milano e non sia quasi mai presente in sede o al campo.  Su questi aspetti Cairo assicura che sta cercando di lavorare. Ma il fatto che, com’è scritto su Repubblica, “le iniziative dal basso, dunque, non hanno possibilità di essere ascoltate” , cosa purtroppo tipica della realtà italiana, è sintomatico delle difficoltà che tutti i gruppi di tifosi che cercano di attivarsi inevitabilmente incontrano e dell’atteggiamento di tanti proprietari di club. Le parole di Cairo fanno riflettere, e sono foschi pensieri, su come viene gestito il nostro calcio.

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