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Stefano Faccendini: “A guardia dei nostri colori”

Posted by thepeoplesgame su 4 gennaio 2010

Non poteva esserci, per l’iniziativa dei tifosi della Roma, miglior contributo di quello di Stefano Faccendini, tifoso romanista, scrittore e collaboratore di Supporters Direct, pubblicato on line questa mattina.  Parole che incoraggiano, che fanno sognare un mondo del calcio migliore, ma, anche, che mettono i tifosi davanti alle loro responsabilità: un articolone, una lettera aperta ai visitatori del sito, che tutti – non solo i tifosi della Roma – dovrebbero leggere, sul quale dovrebbero riflettere, facendolo proprio.

Lo riporto per intero.

“A guardia dei nostri colori”

Avendo seguito da vicino il movimento dei Supporters Trust in UK confesso che non avrei mai pensato che se ne potesse parlare in riferimento alla mia squadra, alla AS Roma. Non solo perchè la piazza della capitale è una delle più complicate e difficili d’Europa e del mondo, ma perchè tutti i timidi tentativi fatti finora in Italia si erano arenati se non alle prime difficoltà, subito dopo. Non so se il nome del sito “azionariato popolare” renda bene l’idea, perchè molta gente può essere tratta in inganno da una definizione così importante, ma rappresenta sicuramente uno dei primi tentativi seri di informazione in materia. E’ il primo passo, quello fondamentale per capire di cosa si stia parlando esattamente. Il successo o il fallimento della iniziativa si regge su questa ovvia premessa.

Se è vero che il progetto possa sembrare ambizioso e complicato, lo spirito che lo anima è invece molto semplice. Chi lo ha fatto partire e’ un tifoso come tanti. Non faccio graduatorie di chi lo è di più o di meno, non ho chiesto quanti abbonamenti abbia acquistato in vita sua o a quante trasferte abbia partecipato negli ultimi 15 anni. Ha a cuore la Roma e il suo futuro e questo basta. Ha una famiglia, un lavoro e poco tempo libero che ha deciso di sacrificare interamente per cercare di realizzare questa idea, quella di unire i tifosi della Roma in modo tale da poter avere un ruolo concreto nella vita della società ASR.

Cosa vuol dire?

Prima di tutto scordiamoci il Barcellona. Roma non e’ la Catalogna, una nazione nella nazione, con una propria lingua, una propria identità politica e persino una propria nazionale di calcio allenata non da uno qualsiasi ma da Johan Cruyff (anche se non riconosciuta dalla Fifa). Il modello del Barcellona è proponibile solo come principio ma le condizioni di partenza non sono paragonabili. La squadra di calcio non è solo una entità sportiva ma uno strumento di marketing politico. Escluderei anche Il Real Madrid. La squadra di Florentino Perez macina centinaia di milioni di euro in diritti tv e merchandising e il presidente e’ un uomo molto ricco e soprattutto molto influente. I soldi per comprare Ronaldo e Kaka’ non sono arrivati certo dall’obolo che i soci versano ogni anno. Non so quanto sia giusto quindi guardarsi sempre intorno e non concentrarsi su quanto si sta cercando di fare a casa nostra. Il modello giusto per i tifosi giallorossi potrebbe anche essere uno del tutto nuovo, visto che anche la legislazione in materia cambia di paese in paese. Ad esempio in Germania esiste la regola del 50+1, cioè a nessun privato è consentito di acquisire la maggioranza assoluta di un club, ancora considerato un’associazione sportiva, regola che dà ai tifosi tedeschi una solida, e unica, base di partenza. Al momento in Italia, e a Roma, ci sono degli avvocati già al lavoro per capire quale sia la personalità giuridica più adatta da accostare al progetto in questione. Darsi dei limiti o sognare soluzioni impraticabili alle nostre latitudini e’ solo controproducente.

Secondo: mettersi insieme non vuol dire rappresentare un’alternativa alla proprietà, quella che sia. Ho letto di persone che non vogliono aderire fino a che la Sensi sarà alla guida della società. Che senso ha? Creare un’associazione di tifosi che abbia un peso è nell’interesse stesso della Roma, a prescindere da chi sia il proprietario, che si chiami Sensi, Angelini, Soros o chi altri. Chiunque entri nella Roma dovrebbe sapere che ne dovrà rendere conto non solo alle migliaia di tifosi che riempiono lo stadio la domenica, o qualsiasi altro giorno della settima imposto dalla Uefa o dalle TV, con cori e striscioni ma anche a dei rappresentanti degli stessi con poteri decisionali più precisi e definiti, con delle capacità professionali e con un’esperienza e influenza tali da potersi sedere tranquillamente allo stesso tavolo della dirigenza.

C’e’ una sorta di mito, di ingiustificata riverenza nei confronti di persone che troppo spesso nel calcio si sono dimostrate non all’altezza. Parliamoci chiaro, se non fosse stato per una sistema di leggi alquanto lacunoso in materia e per una specie di rispetto sacro che in Italia si ha per il calcio, la maggior parte delle società pallonare del nostro paese sarebbero fallite da tempo. Imprese con un diverso oggetto sociale vanno in bancarotta e scompaiono per molto meno. In Europa se ne sono accorti, hanno messo dei paletti più difficili da evitare in sede di bilancio delle società che ambiscono a partecipare alle competizioni continentali. Si richiede competenza e professionalità, i tifosi possono garantire entrambe. I sostenitori della Roma sono milioni, scommettiamo che c’e’ gente in grado di potere svolgere un ruolo di consulenza migliore di quello fornito da tante persone interessate o imbucate che da sempre gravitano intorno alla ASR? Senza contare che i tifosi lo farebbero senza nessuno tornaconto ma soltanto per il bene della squadra. Anche perchè non potrebbero: il trust, l’associazione, l’entità giuridica che si vuole costituire sarà assolutamente senza scopo di lucro.

Mettersi insieme allo stesso tempo però non vuol dire cercare di racimolare il capitale necessario per comprare la maggioranza della società. Il 51% della Roma quanto vale? Troppo, se uno parte con questa idea vuol dire che non partirà mai. Allora che lo facciamo a fare, ho sentito qualcuno chiedere. Se 250mila tifosi mettessero 300 euro l’uno avremmo 75 milioni, se ne mettessero 500 potremmo finanziare lo stadio, ecc. Con questo approccio il progetto e’ morto per il semplice fatto che non succederà mai. Una iniziativa del genere ha bisogno di tempo per prepararsi il terreno, per essere compresa, per essere lanciata nella giusta maniera e deve coinvolgere il maggior numero di persone possibile. Chiedere una certa somma di denaro in prima battuta vorrebbe dire aumentare la pressione, dover riportare dei risultati prima di partire. Nel momento in cui si chiederà un contributo lo si farà in modo che tutti possano partecipare, chi vorrà potrà mettere di più ma sempre tenendo presente il principio di uguaglianza di partenza. Un euro, cento, mille danno sempre diritto ad un solo voto in sede di votazione. Se poi ci saranno abbastanza soldi si procederà all’acquisto di azioni o potrebbe succedere che piccoli azionisti già esistenti decidano di aderire al trust facendo così aumentare la quota virtualmente in possesso dello stesso.

Quello che si sta facendo ora fondamentalmente è cercare di far capire che una iniziativa del genere è fattibile. Che se è stato possibile in Spagna, Grecia, Regno Unito, Germania, Portogallo a in altri paesi, è fattibile anche da noi. Troppi si arrendono alle prime difficoltà. Certo saremmo i primi e l’unico appoggio lo avremmo da associazioni o da squadre straniere ma non e’ poco. Vero, non hanno a che fare con la legislazione italiana, non conoscono il nostro calcio abbastanza a fondo ma parliamo sempre di calcio, di tifo, di amore, di passione, di futuro.

Si vuole cercare di allargare la base di interesse e c’è chi dice che le quasi 1900 adesioni giunte sul sito finora sono poche. Poche? Il trust dell’Arsenal, contattato poche settimane fa, ne ha 1600 dopo sei o sette anni e possiedono il 3% delle quote. Che ci fanno? Ci fanno, un rappresentante del trust è coinvolto nelle decisioni che contano, è gente che con il proprio impegno, la propria presenza e il proprio sacrificio si è ritagliata un ruolo importante. Per dirne una, ai due uomini di affari che al momento vogliono completare la scalata alla proprietà dei Gunners manca l’1% di azioni. Il Trust potrebbe essere l’ago della bilancia (anche se non si schiera con nessuno dei due) ma chiunque vincerà sa che dovrà fare sempre i conti con le persone dietro quel 3% , persone tutt’altro che passive. Vero il numero conta, una cosa e’ protestare in 10 una cosa e’ farlo in mille, ma spesso la grinta di chi e’coinvolto può essere la chiave del successo.

Una volta riunite abbastanza persone dietro il progetto si potrebbero ad esempio cominciare a intraprendere battaglie spesso lasciate ai singoli. Nessuno è contento del sito web della Roma? Tra i milioni di persone che la tifano non c’è qualcuno che potrebbe farlo meglio? Sono sicuro di si. Le maglie spesso lasciano insoddisfatti, si potrebbe richiedere di esser consultati quando la Kappa o la Diadora si mettono al lavoro per lanciare le nuove collezioni. Il merchandising nei Roma store è troppo caro e fa pietà. Si boicotta fino a che i prezzi non scendono o si cerca di poter contribuire con idee e disegni. I botteghini chiusi il giorno della partita o troppo lontani, i parcheggi, gli allenamenti aperti al pubblico…non lo so, ognuno vorrebbe cambiare delle piccole cose, si propongono, si votano, si agisce. Il primo passo non può essere mettiamo i soldi e ci compriamo la punta nuova. Si deve cominciare a lottare per le cose che si possono ottenere, uniti, insieme. E chi se ne frega se la squadra va bene o va male, tanto noi saremo sempre qui, o no? Se da gennaio faremo un gran girone di ritorno e Toni segna 30 gol che facciamo, abbandoniamo tutto? Se arriva un arabo o un russo con un sacco di soldi, che facciamo, molliamo? Siamo solo noi a guardia di questi colori, la gente con i soldi, veri o presunti, va e viene, noi stiamo qua, senza voce il lunedi mattina incazzati o al settimo cielo a seconda di come e’ andata la partita il giorno prima. Siamo arrivati al capolinea, il calcio come lo conoscevamo non esiste più, bisogna esporsi in prima persona e cercare di contribuire alla costruzione del proprio destino.

Altra cosa: il trust non è un Roma club, non organizza cene con i giocatori, non ha striscioni, non affitta pullman per le trasferte. Ognuno può aderire, uno può far parte di un gruppo ultras e del trust, di un Roma club e di un trust. C’è bisogno di tutti ma in questo momento più di ogni cosa c’è bisogno di gente pronta a schierarsi, pronta a fare. Contestare porta a poco, attendere a niente. Questo è il momento nostro. Per riprendere il titolo di un libro letto anni fa, è il momento di mettersi una volta per tutte “a guardia di una fede”.

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