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Stadi di proprietà? Sì, ma di tutti

Pubblicato da thepeoplesgame su 31 ottobre 2011

Gli stadi di calcio, e ci sono esempi a bizzeffe nell’esperienza inglese, possono essere oggetto delle più avide e devastanti operazioni di asset stripping. Per questo, nonostante in Italia si parli tanto di impianti di proprietà come soluzione per tutti i mali del calcio, penso con convinzione che gli stadi debbano rimanere il più possibile pubblici. Che non significa che debbano essere sporchi e scomodi e con servizi di pessima qualità, e stare aperti due volti al mese come ora, e neanche  che debbano appartenere al Comune. Ma neppure che debbano diventare centri commerciali dove anche mangiare un panino costa un botto né che vi si debba stare tutti a sedere al posto assegnato e in assoluto silenzio.
In Inghilterra giovedì scorso due notizie molto importanti hanno visto protagonisti gli stadi: il FC United of Manchester ha visto finalmente approvato il progetto per la sua prima “casa” di proprietà, i tifosi del Chelsea hanno votato contro il trasferimento della propria squadra in un altro impianto.

Dopo tanto lavoro da parte del club, anche per l’opposizione di parte dei residenti, il relativo dipartimento del consiglio comunale di Manchester ha approvato il piano dell’FC United per la costruzione del nuovo stadio, il primo di proprietà del club, a Moston, dopo che si era dovuto accantonare il progetto iniziale di Ten Acres Lane.
Se l’FC United, come il Barcellona, è “more than a football club”, il nuovo stadio è “more than a football ground” e non a caso viene definito un “Community Stadium Facility”, una struttura che non solo ospiterà le partite della squadra e la sede del club ma sarà un punto di riferimento per i tifosi ed una risorsa per gli abitanti della zona, con spazi utilizzabili per attività educative e ricreative ma anche capaci di generare introiti a sostegno del club e della comunità.
Ora si intensifica la raccolta fondi da parte dell’FCUM, sia tramite il Development Fund e le innovative Community Shares, sia tramite altre iniziative di fundraising. Intanto, congratulazioni all’FC United per questo importantissimo traguardo.

Nello stesso pomeriggio, oltre ai tifosi dell’FCUM festeggiavano anche quelli del Chelsea, per il successo della loro campagna per difendere il futuro della loro squadra. Nel caso del Chelsea, la battaglia dei tifosi non si gioca sui debiti o sulla nazionalità del proprietario (che pure è straniero, ma ha risollevato il club) ma sulla terra su cui sorge lo stadio. Che non appartiene né ad Abramovich, né al Chelsea, ma a migliaia di tifosi.
Nel marzo 1993, l’allora presidente del Chelsea Ken Bates invitava i tifosi ad acquistare le azioni di una nuova società di capitali, la Chelsea Pitch Owners (CPO), che avrebbe detenuto la proprietà dello stadio di Stamford Bridge, senza alcuna limitazione: un’occasione imperdibile per i tifosi, la possibilità di decidere sul futuro del club e quindi di tutelarlo. L’iniziativa venne strutturata in modo democratico ed accessibile: ogni azione costa 100 £ e non è possibile detenerne più di 100.
Da qualche tempo il Chelsea sta cercando, dopo 106 anni, una nuova casa. I tifosi non sono contrari in linea di principio, ma lamentano la mancanza di trasparenza sull’argomento da parte del club e chiedono che il nuovo stadio sia comunque vicino a quello attuale.
Il problema è che per finanziarne la costruzione il Chelsea ha bisogno di poter vendere il terreno occupato da Stamford Bridge, un’area di dimensioni non trascurabili in una zona di Londra dove l’affare frutterebbe moltissimo. Così lo scorso 3 ottobre Abramovich, che ha già investito 800 milioni nel club pur sapendo di non detenerne lo stadio, ha annunciato l’offerta di acquisto su cui si sarebbe votato soltanto 24 giorni dopo. I tifosi hanno rapidamente messo in piedi la campagna “Say No CPO”, che è riuscita a fermare l’operazione: era necessario il voto favorevole del 75%, ma i sì si sono fermati al 61.6%. Un successo importante per i tifosi di un club di Premier League, in mano straniera, che hanno dimostrato di saper guardare oltre ai successi sul campo. Non si tratta tanto di andare contro Abramovich o di non volere un nuovo stadio, ma di rendersi conto di avere le chiavi di una parte fondamentale del futuro del Chelsea, quali che potrebbero esserne gli sviluppi, anche nel lunghissimo periodo, e di volerle mantenere in mano ai (tantissimi) tifosi.

Sempre a Londra, per coprire la spesa di 50 milioni di sterline necessarie per convertire l’Olympic Stadium in un impianto con 60.000 posti al termine delle prossime Olimpiadi è stata proposta una soluzione cooperativa, condivisa, tramite il modello della community ownership: non solo il governo ma anche i singoli cittadini che lo vorranno potrebbero diventare proprietari del nuovo stadio ed avere voce in capitolo sulla sua gestione e sulla destinazione dei ricavi.

Tre storie, tre possibili soluzioni. Lo stadio ha un ruolo fondamentale per una squadra e per i suoi tifosi, la proprietà dell’impianto è importante per il club ma può anche rappresentarne la rovina se non viene adeguatamente tutelata, e chi può farlo meglio di chi più a cuore gli interessi della propria squadra?

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Una Risposta a “Stadi di proprietà? Sì, ma di tutti”

  1. [...] articolo è tratto da The People’s Game e affronta la tematica degli stadi sia dal punto di vista della proprietà, partecipata, e della [...]

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